“LA BRANDA NEL MAGAZZINO”

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Ricordo il viso di mamma il giorno della mia partenza: scarno per la pena, innamorato e sofferente.

Restò a fissarmi con il palmo sul finestrino.

Quando la macchina si mosse, l’impronta calda della sua mano si spense.

Si baciò la punta delle dita ancora fredde.

A vederla così, stropicciata d’amore, il cuore mi si fece pugno stretto, afferrandomi dal bavero e sollevandomi di peso. Lesse nei miei occhi la resa al desiderio di ricucire quello strappo, di abbracciarla, ma tutto era veloce; tutto tranne il suo labiale, che invece scivolava lento sulla bocca da me baciata infinite volte. Quel saluto così temuto mi sorprese, delicato come l’Ave Maria, potente come una benedizione.

Le tremava il mento, era prossima al pianto, ma non lo avrebbe fatto. Non lì.

Avrebbe atteso quella nuova solitudine, nel silenzio delle cose di poco valore, mie e sue, in cucina, affettando i pomodori, mettendo l’acqua a bollire, voltandosi come sempre a chiedermi il sale.

Fu un viaggio lungo.

In tasca portavo l’intera vita dei miei genitori e qualcosa della mia: spiccioli risparmiati dopo il diploma, già spesi nei pochi arredi e per l’affitto anticipato.

Non mi era avanzato nulla per una camera. Avrei dormito nel magazzino, sulla branda comprata on-line. Stava bene così.

Mi sarei fatto presto dei clienti, avrei versato Zibibbo seduto al tavolo con loro; una compagna? Una sistemazione meno precaria? Forse, perché no. Ero partito sognando tutto questo.

Sono nato grato – noi siciliani lo siamo tutti – così al momento di pagare avrei fatto lo sconto, ma “piano, piano, troppo non si può ancora”.

Ero impaziente di arrivare.

Sì, mi dissi: all’amico venuto con la sua nuova compagna avrei offerto un calice per festeggiare.

Sì, volli ripetermi: li avrei fatti sentire a casa e lui sarebbe stato tronfio di orgoglio.

La gioia montava a ogni benedetto sì.

Allora un altro sì, certo che sì, sempre sì.

Le spalle bruciavano ancora per gli incoraggiamenti della sera prima quando, con la scusa di festeggiare la partenza, i compagni di una vita si erano fatti maneschi di gioia.

Il treno masticava ferro e il paesaggio attorno si cementificava.

Il nuovo ristorante di Milano, la mia cucina siciliana fatta di cose buone per evocare un angolo di sole e mare in quella grande città così economicamente muscolare, impettita e generosa.

Per questo ero nato.

Severo lavoro mi attende era il mio mantra, vent’anni di sacrifici la mia consapevolezza.

Ne sarebbe valsa la pena.

Inaugurai il 7 gennaio del 2020.

Cucinavo, servivo, battevo scontrini a pranzo e a cena. Mirco mi dava una mano ai fornelli, a servire in sala e poi a pulire, fino a notte fonda.

Andava bene.

La branda nel retro non era poi così tanto scomoda: mi ci addormentavo sorridendo perché la sentivo lamentarsi sotto il mio peso. Mi ricordava le melodrammatiche lagnanze e le risa di Salvatore che nella lotta, essendo il fratello più piccolo, perdeva sempre.

Presto l’avrei ripiegata e messa via, ma non l’avrei gettata, perché mi hanno insegnato che se si tiene sempre a mente da dove veniamo, lungo il viaggio non ci si può perdere.

Con la nostalgia sorridente di questi e altri pensieri, mi addormentavo sereno.

Ma ad aprile di quello stesso anno, tutto si fermò.

Da un anno e dodici giorni ormai, dormo sulla branda nel magazzino del mio ancora troppo nuovo ristorante. Sento l’eco del mio respiro rimbombare fra le quattro mura della sala vuota. Ho restituito tutto: tavoli, sedie, piatti, bicchieri…tutto.

Quando me lo permettono, preparo qualcosa d’asporto, consegno in bici, me la cavo da solo.

A Mirco l’ho detto con gli occhi bassi. Era un pomeriggio silenzioso, le mie parole sembravano arrivare in ogni angolo di Milano e io me ne vergognai.

«Non preoccuparti, io capisco che ti credi!»

Piansi tenendo sempre gli occhi sulla punta delle mie scarpe.

«Dai è stato bello, ci siamo divertititi… piuttosto tu stai su ok? Non ti abbattere, passerà presto vedrai. Passo a trovarti oh… stai su… oh! Stai su cazzo!»

Fu di parola, passò altre volte posandomi sempre la mano sulla spalla, scuotendomi come quel giorno, la testa che mi ciondolava come fosse di pezza.

L’ultima volta che lo vidi mi disse che sarebbe tornato al suo paese.

Lavoro ma non molto, quasi niente. Ho avuto poco tempo per farmi degli amici e quelli che sono stati a mangiare da me non li ho più rivisti. Forse non sono stato abbastanza bravo, non tanto da farmi ricordare perlomeno, non lo so.

Me lo sono chiesto spesso.

Aspetto.

Prima alla radio hanno detto che forse riapriamo, magari una settimana, solo a pranzo. Almeno qualcosa faccio.

Chissà che due tavoli me li riprendo, li pago con il lavoro di quella settimana.

Di certo non mi arrendo. Voglio mettere via la branda che sta ancora nel retro, riaprirla un giorno e farci la lotta fino ad addormentarmi, così per gioco, per non dimenticare da dove sono partito.

Alzo la saracinesca facendo sobbalzare di spavento un uomo che passa con il suo cane al guinzaglio – weilà – e prontamente mi scuso.

«No no niente, tranquillo! C’è un tale silenzio… Buongiorno né.»

«Buongiorno a lei. Che bel cane.»

«Eh…se non fosse per lui… la scusa per fare quattro passi… che poi tocca sempre a me! L’hanno voluto… e poi lo devo portare fuori sempre io. Adesso che però torna comodo, chissà come mai si fanno tutti avanti: lo porto io, lo porto io… e invece ades ghe pensi mi, tiè ciapa! Ha visto che situazione? Ma chi ce lo doveva dire a noi? Sembra di essere tornati al tempo della guerra!», fa una pausa lasciando che lo sguardo si perda libero nel vuoto della strada. «Sono venuto due volte a mangiare qui così; sunstà ben.

Quando riaprite ci torno con mia moglie e gli amici…proprio bravi!

Gentili… tutto buono… bravi. We tenga duro né? Tenga duro!»

Girato l’angolo, il silenzio si riprende tutto. Questa volta però è diverso, quelle parole hanno riacceso un sì, poi un altro e un altro ancora.

La piazzetta vetrificata si accende di sole, l’asfalto evapora e io sorrido dopo tanti mesi, riscoprendo di avere ancora le guance.

Rientro all’indietro spazzando il pavimento, sembro un paggetto di corte che fa l’inchino all’ingresso di sua maestà la scopa, ci gioco un po’ girandoci attorno e mi viene da ridere.

Devo solo resistere, tenere duro. “Si è trovato bene, tornerà, riapriremo, siamo bravi.”

Non mollo. Questo è il mio sogno, dentro ci sono i sacrifici dei miei genitori e un po’dei miei, quel poco guadagnato dopo il diploma e tutta la vita che ho ancora da spendere.